|
Cristina Drovetti, la bella e rinfronzita montanina, figlia allo Stefano, quella che sogghignando diceva noi venimmo a Balme perché avevamo il ruzzo da cacciare, volle scaldarci il letto; se non avessimo visto che veramente aveva adoperato della buona brace, avremmo di leggieri creduto non ci avesse ella fatto una burla, tant'erano fresche le lenzuola. In quelle cameruccie soffiava dalla Bessanese un'aria fina fina, indiavolata, che penetrando nelle ossa ci pareva essere in preda di una febbraccia terzana, laonde avemmo a rimpiangere amaramente di non trovarci più nella buona compagnia degli individui ruminanti, rosicchianti e gallinacei della salle a manger. Però cacciato il capo sotto le coltri, preso sonno, dormimmo come ghiri. Ricordevole che l'ora mattutina ha l'oro in bocca, il buon Stefano venne a svegliarci alle 3 1/2 il cielo bello, spazzato, lucidissimo; la temperatura -9°; spirava una brezza freddissima attraverso le fessure dell'impannata, noi ci vestimmo in un baleno, e quando, lasciate quelle ghiacciaie, entrammo nella stalla ci parve di avere raggiunto la terra promessa. Apprestate le provvigioni e gli indispensabili attrezzi, chiusi gli zaini, bevuto del vino caldo alla droga, giusta il proverbio. « Non ti mettere in cammino se la bocca non sa di vino » lasciammo Balme verso le 5 antimeridiane, accompagnati dalle guide Antonio, Giuseppe e Pietro Castagneri. Brillava nel suo più fulgido ammanto di stelle la regina del silenzio, che faceva l'aria tutt'all'intorno biancheggiante, ed i monti, e le valli, e i colli, e le cascate dalle immani stalattiti di ghiaccio tinti di bella luce argentina. Che beltà, che magnificenza in quella solitudine! Quant'è soave ed eloquente la quiete della natura che si riposa! La scena era sì bella nella sua severità che ci parve avesse invero qualcosa di divinamente poetico quel popolare che facevano gli antichi e i boschi e i campi e i monti di deità protettrici; giacché allora ad alzar gli occhi al cielo, quella regina dalla faccia d'argento assumeva per noi umana figura, la credevamo ancora la vecchia Diana, la diva cacciatrice, seguita dalle Asie che le recano il turcasso, le treccie, e gli archi, e dai Fauni dal pie di capro, e dalle Driadi erranti. Oh quella è l'ora in cui si destano ad un tempo e si confondono i sentimenti teneri e grandi!... Scendemmo attraversando paesetti silenziosi, immersi tuttavia nel sonno, e dopo mezz'ora piegammo a manca salendo ai casolari della Molera. La soffice neve s'apre sotto ai nostri piedi; spesso ci troviamo affondati fino alla cintola, e lavoriamo a tutto potere nello stricare le gambe dalle buche in cui si trovano cacciate; mentre in altri luoghi la neve flagellata dai venti è così soda, che gli scarponi più non vi mordono, e riesce necessario il lavoro d'ascia. Dalla parte d'oriente un color d'oro si fa a mano a mano più limpido e sgorga dai monti il sole, e riverberandosi sul nevato in una infinità di luminosissime scintille ci abbaglia e costringe ad armare gli occhi di lenti affumicate. Tutto è silenzio in quell' oceano di luce, più non si ascolta, come in altra stagione, il tintinnìo degli armenti, l'abbaiar dei cani e le cadenzate voci del mandriano, ne l'eco ripete la ballata della pastorella, ne il suono dell'alpestre corno. Taciti procediamo gustando nel suo segreto la voluttà che muove dall'aspetto delle meraviglie del creato. Verso le 9 il sole ci partecipa alquanto del suo calore; adocchiata una roccia tersa da ogni macchia nevosa vi ci accocolammo, e tratte fuori le provvigioni facemmo una colazione ne ab-bondante ne sontuosa, ma sana, pulita, ed allegra. Alle ore 9 1/2 riprendemmo la marcia attaccando un canalone di neve durissima, poco di poi soffice, e così fu una scambievolezza per più di due ore, finché, attraversata una cornice, la qua le, tagliando orizzontalmente roccie inclinatissime, richiamava al Martelli la Cravatta del Cervino,e su cui camminavamo circospetti temendo la neve molle e ammucchiata dai venti non partisse in valanga trascinandoci seco, giungemmo alla base dello estremo picco; accordato un breve momento alla contemplazione del prospetto che ammirabile si svolgeva all'est, e ad affinarci l'un dietro l'altro, prendemmo a lavorare di mani e piedi su per la fina e dentellata cresta meridionale. Sapeva del fenomeno l'impressione che da noi si provava nello attaccarci alle roccie o nello stringere il ferro dell'ascia; sembravano sì questo come quelle fossero segue >>>>
|
|