Il Labirinto verticale
(Balme - Lago Mercurii! m 2491 - Lago del Ru m 2570 - Balme)
dislivello: m 1100
ore di percorrenza: 4 (sola salita)
periodo consigliato: dalla tarda primavera all'inizio dell'autunno
cautele: l'itinerario non presenta difficoltà particolari ma si svolge su terreno molto ripido e su cenge talvolta aeree, con oggettive difficoltà di orientamento.
Pertanto è consigliabile soltanto a persone esperte e avvezze ad escursioni in alta montagna e fuori dai sentieri battuti.
In ogni caso va affrontato in condizioni di buona visibilità, in assenza di neve e di
ghiaccio
.
Un aereo percorso per escursionisti esperti, sulle cenge che solcano la grande parete che sovrasta il villaggio di Balme, nelle Valli di Lanzo, tra incisioni preistoriche e palestre di roccia, tra stambecchi e iscrizioni tracciate dai pastori
"QUEST'OGGI TEMPO BELLO SONO A CERCARE SETTE PECORE PER QUESTE MONTAGNE DEL DIAVOLO".  E'una delle tante iscrizioni che si trovano incise sulle rocce a picco che sovrastano le case di Balme. Molte recano nomi e soprannomi, date, osservazioni sul tempo, sulle stagioni, sul lavoro, ma ci sono anche dichiarazione di fede religiosa o di filosofia di vita
"
TUTTI ABBIAMO DI MORIRE", e ancora "CIBRARIO TUNDU' GIUAN DOMENICO DEI COSTANTINI FIGLIO DI COSTANTINO DI UCEGLIO BUON PASTORE PER FARE PASCOLARE LE PECORE E VI SALUTO TUTTI IN PARADISO SE PROCUREREMO DI ANDARE, ALI 26 DI AGO 1865".
"L'Ròtchess", le rocce, è il nome che i Balmesi danno alla grande parete che incombe sul loro villaggio e che sulle carte militari è indicata con il nome di Torrioni del Ru.
Una parete priva di vegetazione e solcata da cascate, che piomba per quasi mille metri di salto dalle vette della Punta Rossa e dell'Uja di Mondrone fino dietro ai magri campi e le vecchie case di pietra. Una parete che di lontano appare uniforme e compatta e che invece si articola in una miriade di anfratti, di canali, e di torrioni, che assumono reali proporzioni soltanto quando le nuvole s'insinuano nel rilievo delle creste e dei contrafforti o quando la neve si posa sulle cenge e sulle
terrazze, disegnando i contorni di un gigantesco labirinto verticale.
Un luogo certamente severo, ma non ostile e in fondo persino ospitale, dal momento che vi trovano una felice convivenza gruppi sempre più numerosi di arrampicatori e di stambecchi. I primi trascorrono le domeniche di sole andando su e giù per le grandi falesie della palestra di roccia del Ginevre, mentre gli altri hanno trovato un habitat ottimale sulle lisce pareti di roccia, non hanno
paura dell'uomo e scendono qualche volta persino a brucare l'insalata degli orti dietro le case.
L'una e l'altra sono presenze recenti. Per secoli e forse per millenni la parete ha conosciuto altri abitatori, che hanno popolato le cenge e le terrazze, traendovi di che vivere e lasciando tracce del proprio passaggio.
Generazioni di pastori balmesi hanno condotto su queste rocce il proprio gregge di pecore e di capre, non solo in estate, ma soprattutto nella cattiva stagione, quando il fondovalle è coperto di neve ed invece la grande parete riscaldata dal sole offre qua e là un pascolo magro ma libero dai ghiacci.
Era il lavoro dei ragazzini di ambo i sessi, che partivano la mattina di casa con una fetta di pane o di polenta in tasca e passavano la giornata lassù, con il gregge di capre che rappresentava una parte importante nel capitale della famiglia. Portavano con sé anche una scodella di legno, che usavano per dissetarsi con l'acqua delle cascate o più spesso con il latte dei propri animali.
Ma la scodella serviva anche come compasso per tracciare sulle rocce quei rosoni a spicchi, remoto simbolo solare che da millenni si ripeteva immutato nella decorazione degli oggetti di legno o di pietra, anche se ormai non era più compreso nel suo originale significato magico e religioso.
Durante le lunghe ore sulle terrazze al sole oppure al riparo delle bàrmess quando  il tempo era brutto, i ragazzini incidevano la pietra con il coltello o con la punta di un chiodo. Gli affioramenti di  quella roccia tenera e verdastra, che si chiama cloritoscisto, fornivano una lavagna ideale per dare libero sfogo alla fantasia.
Ruote, dischi solari, croci, figure umane e di animali si sovrapponevano a nomi, date, osservazioni sulla vita quotidiana. Ognuno si firmava con il proprio soprannome personale e familiare. Ricorre più volte il nome di "
SOPO DI PLERE", che lascia trasparire l'orgoglio di quel Giuseppe Antonio Castagneri detto Pìn Plère, calzolaio e suonatore di violino, che era zoppo e tuttavia capace si salire sulle rocce come i suoi coetanei.
A Balme qualcuno ancora si ricorda dei sistemi usati per superare i passaggi più impegnativi (sulle rocce più lisce, bisognava orinare sui piedi, perché la pelle bagnata aderisce meglio alla roccia asciutta...) ed anche di quante volte proprio i ragazzini erano andati a trarre d'impaccio gli alpinisti che si erano smarriti nel labirinto di cenge. Si parla anche del Vioùn della Pènna, dove si trova la cava di pietre per affilare le falci. Ed ancora di quando le donne salivano al lago del Ru per rimuovere le dighe di zolle, in modo che l'acqua scendesse nel vallone.
Sulle cenge, gli uomini provvedevano con tronchi scavati a deviarla nei canali d'irrigazione (ru), per bagnare i campi di segale e di orzo sul versante riarso dell'andrìt. Sono storie che può ancora capitare di sentire raccontare nelle vecchie osterie di Balme.
Sotto i nomi e le date, altre incisioni, più antiche, ci parlano di un passato più lontano e più enigmatico. Sono piccole coppelle scavate nella roccia ed allineate secondo orientamenti che sfuggono la nostra comprensione, come al Crest dou Lou. Vasche circolari collegate da canaletti che si diramano da un ceppo rotondo di pietra, come sulla cengia di Lansàtta e come nel cosiddetto "altare druidico" di Bogone, che sorge proprio di fronte alla grande parete. Erano destinate a contenere acqua o sangue o che altro? Chi le scavò, quando, perché? Sono domande che non
trovano risposta, se non vaghe ipotesi, talvolta suggestive e spesso fantastiche.
Forse proprio per esorcizzare questi riti misteriosi e pagani, sulle stesse rocce sono state incise croci cristiane ed eretti piloni votivi. 
Ma il ricordo di questi tempi remoti, che il Cristianesimo ha assorbito senza cancellare del tutto, rimane anche nel nome dei luoghi. La parete che da Balme

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